Febo salito già a mezz’il cielo
Con più dritto occhio ne mira, e raccorta
L’ombra de’ corpi che gli si fan velo;
E zefiro suave ne conforta
Di lui fuggire e l’ombre seguitare.
Fin che da lui men calda ne sia porta
La luce sua, che nell’umido mare
Ora si pasce et in terra pigliando
Il cibo qual a sua deità pare.
Et ogni fiera ascosa, ruminando
Quel c’ha pasciuto nel giovane sole,
Tien le caverne lui vecchio aspettando.
Fra l’erbe si nascondon le vïole
Per lo venuto caldo, e gli altri fiori
Mostran bassati quanto lor ne duole.
Nessun pastore or è rimasto fuori
Ne’ campi aperti con le sue capelle,
Ma sotto l’ombre mitigan gli ardori.
Taccion le selve, e tace ciò che ’n quelle
Suol far romore; e ciò che fu palese
Al basso Febo or è nascoso in elle.
Le reti ora per venti son distese;
E gli archi per lo caldo risoluti
Porger non possono or le gravi offese;
Nè san sì forti aguale i ferri aguti
Degli volanti strai, fatti ferventi
Da’ caldi raggi allor sopravvenuti.
E ciascheduna cosa i blandimenti
Ora dell’ombre cerca. Ma tu sola,
Lïa, trascorri per l’aure cocenti;
E, trascorrendo, agli occhi miei s’imbola
La vista della tua chiara bellezza,
Che sol di sè ogn’or più mi dà gola.
Deh! lascia omai degli monti l’altezza;
Non infestar le selve e te con loro;
Vieni a riposo della tua lassezza.
Discendi a questi campi con quel coro
Piacevole, che teco in compagnìa
Suol sempre far grazïoso dimoro.
Vedi qui l’acque, vedi qui l’ombrìa
E i campi erbosi senza alcun difetto
Fuor solamente che tu in essi sia.
Adunque vieni; e l’usato diletto
Prendi come tu suoli, e gli occhi miei
Lieti rifa’ col tuo giocondo aspetto.
Perdona a’ tuoi affanni; a’ quai vorrei
Più tosto esser compagno che salire
A far maggiore il numero de’ dèi.
Perdona all’arco e a’ cani che seguire
Più non ti possono, et omai discendi
A questi prati, o caro mio disire.
Qui dilettevoli ore a trar contendi;
E ’l dilicato corpo all’ombre grate,
Lieta posando, sopra l’erbe stendi.
Qui, come suoli cantando altre fiate,
Ne vieni omai: perchè dimori tanto
Di render te all’ombre disïate?
Le tue bellezze degne d’ogni canto
Non posson esser tocche col mio metro
Non degno a ciò; ma pur dironne alquanto.
Tu se’ lucente e chiara più che ’l vetro,
Et assai dolce più ch’uva matura
Nel cuor ti sento ov’io sempre t’impetro.
E sì come la palma in vêr l’altura
Si stende, così tu, vie più vezzosa
Che ’l giovinetto agnel nella pastura,
E se’ più cara assai e grazïosa
Che le fredde acque ai corpi faticati
O che le fiamme a’ freddi o ch’altra cosa.
E i tuoi capei più volte ho simigliati
Di Cerere alle spoglie secche e bionde,
D’intorno crespi, al tuo capo legati.
E le tue parti ciascuna risponde
Sì bene al tutto, e il tutto alle tue parti,
Se non m’inganna quel che si nasconde,
Che per sommo desìo sempre a mirarti
Di grazia chiederei al sommo Giove
Di star, sol ch’io non credessi noiarti.
Dunque, se quella dea ti guida e muove
Di cui tu già cantasti, vieni omai:
Non è quest’ora a te d’essere altrove.
Fa’ salve le bellezze che tu hai.
Che dal calor dïurno offese sono
Ogn’ora più che tu più istarai.
Vieni, ch’io serbo a te giocondo dono;
Chè io ho colto fiori in abbondanza,
A gli occhi bei, d’odor soave e buono.
E, sì come suol esser mia usanza,
Le ciriege ti serbo; e già per poco
Non si riscaldan per la tua istanza.
Con queste, bianche e rosse come foco,
Ti serbo gelse mandorle e susine,
Fragole e bozzacchioni in questo loco,
Belle peruzze e fichi sanza fine.
E di tortole ho preso una nidata,
Le più belle del mondo, piccoline,
Con le quai tu potrai lunga fïata
Prender sollazzo. Et ho due leprettini
Pur testè tolti alla madre piagata
Dall’arco mio, e son sì monnosini
Che meritâr perdon veggendoli io.
Et ho con lor tre cerbi piccolini,
Che nelle reti entrati con disìo
Per te gli presi; et ho molte altre cose,
Le quai ti serbo, donna del cor mio:
Pur che tu scendi tosto alle pietose
Ombre, lasciando le selve, alle quali
Non ti falla il tornar, quando noiose
Non fien le fiamme, a seguir gli animali.