Chè non vieni, Aglauro bella,
Valorosa Pastorella
All’Adriaca Città,
Chè del Mare nata in seno
Di sè posto ha l’aureo freno
Nelle man di Libertà?
Piano è il calle, agevol, breve:
Sù via giungi al carro lieve
Quattro fervidi destrier.
Chè più tardi? Ecco gli Amori
Gire innanzi, e di bei fiori
Seminarti ogni sentier.
L’almo suolo, ove or tu sei,
Omai lascia, che gli Dei
Degnar troppo a tanto ben.
Nè ritenga il tuo bel piede
La Città, che in riva siede
Del famoso picciol Ren.
Sebben chiara eccelsa madre
Sia d’ingegni, e di leggiadre
Alme accese di valor:
Sebben pronta in vari modi
A vestir l’alte tue lodi
Di poetico valor:
Dritto vanne ver l’antica
Tanto a Febo ancor amica
Gran Città, che bagna il Pò:
Dove al suon d’amori e d’armi
Divin Cigno co’ suoi carmi
L’aure e l’acque innamorò.
Ivi sol ti posa tanto,
Ch’ei ti vegga d’un bel pianto
Il suo cenere onorar:
E l’avello, onde ancor mille
Movon delfiche faville,
D’un gentil verso segnar.
Ma non tinger di bell’ira
Il sembiante, su cui spira
Vezzo e grazia anco il furor.
Di Torquato il nobil tetto
Pur là sorge, nè disdetto
Per me vienti il fargli onor.
Quelle mura fortunate,
Se fian sol da te baciate
Che bramar potran di più?
Delle cose, che hanno vita,
E d’Amor senton ferita,
A tal ben qual scelta fu?
Pur gl’indugi rompi e togli,
Nè soverchio a star t’invogli
Il piacer che inganna il dì.
L’uno e l’altro Cigno altero
Ferrea legge di severo
Sordo Fato a noi rapì.
Già ti chiama su le chete
Placid’onde agile abete,
Ove Amor nocchier sarà;
E saranvi le tre belle
Grazie seco, e in un con elle
Allegrìa, che con lor sta.
Vedrai piani, vedrai sparte
Ville, e case a parte a parte
Lungo il margine apparir:
E del calle ogn’aspro affanno
Per temprarti elle sapranno
Il lor nome a te ridir.
E sapranti ancora elette
D’Amor vaghe canzonette
Su la cetra accompagnar:
E i bei versi, onde Savona
Tanto grido ha in Elicona,
Ed i tuoi forse cantar.
Ma nel Pò non tener fiso
Deh soverchio il vago viso,
Onde tanti Amor ferì:
Splendon troppo i tuoi bei lumi:
Arser anco i freddi Fiumi
Per minor bellezza un dì.
Ben è ver, che l’unto pino
Tosto il Veneto marino
Pigro stagno solcherà:
Ed oh quale il Mar farassi,
Sù lui quando alto vedrassi
Sfavillare tua beltà!
Le Nereidi in quel giorno
Al bel Legno liete intorno
Sorgeranno a carolar:
E a suonar le torte conche
I Tritoni, e le spelonche
Del mar tutte rallegrar.
Piagge, e lidi, ed acque e venti
Tanto allor lieti e ridenti
Si mostraro, e forse più,
Quando l’alma Dea di Gnido
Fender l’onde, e al caro lido
Approdar veduta fu.
Onestà non era seco,
Qual vedrassi venir teco
Di candor cosparsa il vel:
E dirà: Quest’Alma bella
Tra noi scese dalla Stella,
Che più pura splende in Ciel.
Ben a Teti fia, che incresca
Il confronto, e che non esca
Del stuo lucid’antro fuor:
Sebben quando esce dal Mare
Tra suoi Numi assisa appare
Su gemmata conca d’or.
Ma dell’una e l’altra nera
Tua pupilla messaggiera
Qualche Ninfa a lei n’andrà:
Molto a lei dell’agil fianco,
Del crin bruno, e del sen bianco,
Ma non tutto dir saprà.
In fin quella veder dei
Gran Città, che gli alti Dei
Sopra l’acque collocar:
E in lei cento eccelse moli
Di Teatri al Mondo soli,
E di Templi torreggiar.
Qual più brami in Mare, e in Terra
Al tuo sguardo si diserra
Doppio comodo sentier:
Ma tu tienti, a quel, che snella
Fender vedi Navicella
Di sagace Gondolier.
Fra lietissimi pensieri,
Sopra i morbidi origlieri
Posa il fianco, e in giro va:
E Palagi vedrai starsi
Sopra l’onde, e quelle farsi
Terso specchio a lor beltà.
Che fia poi qualor velato
Vedrai d’ostro il gran Senato
L’ampia Sala riempir:
E la prisca di Quirino
Gloria in esso, e il bel Latino
Chiaro Genio rifiorir?
Ma già lieta ecco s’appresta
A condur qui gioia, e festa
La stagione del Piacer.
Giovinetta, che di rose
Flagel siringe, e le noiose
Cure fuga, e i rei pensier.
Mascheretta a lei non manca,
Ch’arte industre in sottil bianca
Cera involse, e figurò:
Pronte ha quante adorne e belle
Di vestir fogge novelle
Francia altera a noi mandò.
Calzan già gli aurei coturni
Lieti Drammi nè notturni
Ozi usati a risuonar:
Già gli amanti, come vuole
Liberta, che seco ir suole,
Riconsigliansi d’amar.
Deh quai candidi ed onesti
Piacer preganti, che a questi
Dolci lidi volga il piè!
Bei contenti, e bei diporti
Della vita son conforti:
Senza lor bella non è.
Vieni, Aglauro, e qui disvela
Que’ due lumi, ove si cela
Amor quale in Ciel si sta.
Vieni, e godi: fuggon l’ore,
E nemica empia d’Amore
Ratto vien la curva età.