ESci dall’umido tuo cavo speco
Tebro, e le Ninfe tutte se n’escano,
E plausi vengano a tesser meco.
Versa più limpida dall’urna, l’onda,
D’alga e di muscola, fronte cingiti
E fiori germini l’amena sponda,
Ivi le Driadi giunte in drappello,
Vario girando festose alternino
Con gioja insolita lor piede snello.
Un altro Venere Coro poi forme
Colle seguaci sue belle Grazie,
Che lievi danzano, nè lascian, orme.
Ecco che lucido più del costume
Con miglior chioma dall’altro scorgesi
Il giorno accendere di Delo il Nune.
Giorno, cui simile tu non mirasti
Con maggior pompa giammai risplendere,
Per quanto esamini gli antichi Fasti.
A Garzon inclito, Inclita, e bella
Con maritale felice vincolo
Quest’oggi, accoppiasi vaga Donzella.
Così due celebri Fiumi, reali,
Cui lauri, e palme la foce adombrano,
Unir si veggono co’ flutti eguali.
Prima dagli Angeli si uniro l’Alme
Lassù nel Cielo, ed indi il Genio
di Roma pronubo ne unì le salme.
Nodo più amabile nemmen formò
Allor Amore, quando che Venere
L’amico Giudice grata premiò.
Oh come adornasi, come riluce
De’ sposi alteri la faccia nobile
Con un reciproco cambio di luce!
Del Sol due nitidi cristalli il raggio
Non altrimenti trà se riflettono
Con iscambievole giusto paraggio.
E come prendono questi il fulgore
Dal gran Pianeta, così que’ prendono
Dal gran Pontefice lume maggiore:
Su via accostatevi all’alto Soglio,
Illustri Sposi, del Zio magnanimo,
Onor e gloria del Campidoglio.
Nè già raffrenivi la Maestate,
Che dal suo volto fuori ne folgora,
Quale richiedela tal dignitate.
Sù via accostatevi... Ma oh qual vegg’io
Nembo di grazie d’intorno piovervi,
Giù dall’Empireo, ch’egli vi aprìo!
Accesi mirovi di un nuovo fuoco
L’aurato cocchio festosi ascendere,
Che a quel d’Apolline cede di poco,
Intorno affollasi turba festiva,
E i sette colli rauchi rimbombano
Dal suon continuo de’ lieti Viva,
Che per i memori Fasti volgendo
Di lunga etate, la serie amplissima
De’ gran Pontefici va ridicendo;
E chi le Porpore, e chi i Mitrati,
E chi li forti Duci belligeri,
E chi i pregevoli gran Letterati.
Vi ha poi chi stupidi le immote ciglia
Nel ben felice Padre rivolgono,
Oggetto nobile di maraviglia.
E voi mirabile gran Porporato,
Che a tale onore con tanta gloria
Per man del merito foste guidato;
Come del secolo fregio, e ornamento
Ognun vi guarda, ond’io dall’Adria
Tutto festevole gioja ne sento.
Ma ecco che il rapido cocchio si arresta,
E l’alma Coppia nello giù scendere
Voti più fervidi richiama, e desta.
In Voi due l’unica grande speranza,
E con ragione, di Roma fondasi,
Nè puote scegliere più degna stanza.
Oh quai si attendono dal grande innesto
Frutti, che l’alte Piante comprovino
Per man di Gloria s’egli è contesto,
Se il parto all’Aquile fin che somigli,
Vedrai o Roma, che non degeneri
Potran mai nascere da’ Padri i Figli
Venga l’amabile dono del Cielo,
Venga la Prole, che lieta germini
Qual fior purpureo dal verde stelo;
E d’esser godano vinti gli Sposi
Nelle sembianze, se ciò è possibie,
Da vaghi e teneri figlj vezzosi:
I quai degli Avoli seguendo l’orme
Di loro gesta colmin le storie
Segnando ai Posteri famose norme.
Tu intanto, o Tevere, dal mar Tirreno
Volgi il tuo corso ver l’Adriatico,
Ch’egli ad accoglierti apre gia il seno.
Nè strano sembriti quando già unita
Miri alle nostre quella Prosapia,
Per cui tua gloria resa è infinita.