GIU deposta la faretra,
E fermato il moto all’ali
Vidi Amor, che ad una pietra
Arrotava acerbi strali;
E da quegli a mille, a mille
Uscian fuori arse faville.
Io m’accosto e pauroso
Miro in fronte il Giovinetto;
Ei pareva in sè cruccioso
E nel cuor pien di, dispetto;
Perchè al nobil lavorio
Non dava onda il fiume o ’l rio.
Quando a un tempo gli occhi miei
Diero in copia il salso umore
In pensar, quanto to sei,
Cintia, ingrata a un fido cuore;
El mio pianto per le gote
Irrigò l’arida cote.
Ed Amor, che ciò ben vede,
Più veloce all’opra intese
Poi mi disse: Avrai mercède
D’un ufficio sì cortese,
E mi punse il manco lato
Con un dardo il più temprato.
Io volea gridar, ma tosto
Mi troncò nel mezzo i detti:
Tu sei quel, ch’hai pur disposto
Che i miei dardi sian perfetti:
Duolti invan d’esser oppresso,
Se il tuo mal vien da te stesso.