Io mi stava una mattina
Tutto solo, e pensieroso
Sopra un sasso alla Marina;
Quand’altero, e maestoso
Venir veggio a gonfie vele
Un gran Legno, e giunto in Porto
Gittar l’Ancora fedele.
Allor io, per mio diporto,
Ver la Nave m’incammino;
Ed oh cosa di trastullo!
Quando sonle ben vicino
Seder vedo un bel Fanciullo,
Che bendato egli era, o cieco;
E Fanciulli a cento, a cento
Pur bendati stavan seco.
Mi s’accese allor talento
Di salir sopra il Naviglio,
Che da’ ciechi Garzonetti
E follía temer periglio.
La nodosa scala ascendo,
Entro dentro, e ’l bel Garzone
Si disbenda sorridendo;
Poscia sì se la ripone,
Che bendato egli parea,
Tristarel, ma ci vedea,
Bel Figliuol, che sei tu mai?
Gli diss’io, che nato appena
Per lo Mar correndo vai?
Se sapessi com’è piena
Di pericoli quest’onda,
Come abbonda,
E di sirti ascose, e felle,
E di vortici, e procelle,
E di belve, e mostri infesti,
So ben io, che torneresti
Tra le braccia, ben di volo,
Di tua Madre, che ti chiama,
Se pur vive, e ti richiama
Tutta affanno, e tutta duolo.
Fè più rosse dell’usato
Le sue guance, come rose;
Poi rispose
Tra ’l superbo, e l’adirato:
Sono un tal, che il Cielo, e questo
Ampio Mar varco, e la Terra,
E di tutto ho in man l’impero,
E dò pace, e porto guerra,
Or benigno, ora severo,
Or piacevole, or tiranno;
E ’l mio nome è detto Amore
Feritore
D’ogni cuore.
E in ciò dir dall’aureo scanno
Furibondo si levò,
Ed un Viva per la Nave
Da per tutto risuonò.
A quel nome,
Non so come
Tal spavento
M’entrò drento,
Ch’io restai, siccome testa
Tutta mesta
La Colomba,
Se le piomba
Sopra il dorso presto, e fiero
Lo Sparviero,
Poi gli dissi in sù gran tema,
Siccom’uom, che dice, e trema,
E pur vuol mostrar valore:
Dio d’Amore,
Qual pres’hai nuovo costume
D’ir fra l’acque, e le tempeste,
Se per tutto agili, e preste
Spiegar puoi l’ardite piume?
Ripres’Ei: son desìoso
D’acquistar merci novelle,
Giacchè il luogo è copioso
Di sembianze così belle;
E ciò detto spicca un volo,
E quegl’altri volan pure.
Sù la Nave io resto solo
Tutto pieno di paure,
E guardando dove và,
Io lo miro
Dopo un giro
Calar giù nella Città.
Tosto anch’io la Nave lasso,
E più presto, che m’è dato,
Ver le mura io volgo il passo;
Ed appena dentro arrivo,
Ch’io lo vedo, che svolazza
Tutto allegro, tutto vivo,
Sicchè quasi egli n’impazza,
Or su questo, or su quel viso;
E raccoglie quanto puote
Da bell’occhio, e da bel riso,
Bella fronte, e belle gote,
Venustade, e leggiadria,
Ed ancora le parole,
Ch’ha più grazia, porta via:
E in quel mentre ogni Amorino
Fa lo stesso in ogni loco,
E per molto, ch’ognun rubbi,
Pargli sempre rubbar poco .
Pur alfin carico, e grave
Ciaschedun coll’ala bassa
Se ne passa all’aurea Nave:
E nel Legno appena ascendono,
Che di nuove, che di belle
Luminose alme facelle
Tutto quanto intorno accendono,
Ciascun corre alla Riviera
Per veder luce sì nuova,
E a tal vista si ritrova
Così bella ornata schiera
Di gentili Donne elette,
Tutte vaghe, ed amorose,
Che le Rive più dei Legno
Ne rendevan luminose.
A sì nuovo, e vago oggetto
Quasi Amore ebbe a dispetto
Quelle prede, ond’era carco;
E già scarco
Volea farne il suo Naviglio.
Ma poi prese altro consiglio,
In veder, che stanchi, e afflitti,
Di sudor sparsi i capelli
Non reggevansi più ritti
Gli Amoretti suoi fratelli;
E temendo del cimento
Fece dar le vele al vento,
Qual ben presto le gonfiò;
E pel duol di lasciar tanto,
Con gli occhietti tutti pianto
Nella poppa ei si serrò.
Pieno allor d’alto cordoglio
Io ritorno alla Cittade,
Per l’acerbo orrendo spoglio,
Che in poche ore
Fatto Amore
Quivi avea d’ogni beltade.
Ma rivedo con piacere
Da non dirsi in prosa, o in rima
Che più belle eran di prima,
Più gentili, e più cortesi
L’alme Donne Genovesi.