M
Lasso me, che quest’alma e dolce luce,
Questo bel ciel, quest’aere onde respiro,
Lasciar convegno; e miro
Fornito il corso di mia vita omai.
E l’esalar d’un sol breve respiro
A’ languid’occhi eterna notte adduce:
Nè per lor mai più luce
Febo, o scopre per lor più Cintia i rai.
E tu lingua, e tu cor, ch’i vostri lai
Spargete or meco in dolorose note,
E voi, piè giunti a’ vostri ultimi passi,
Non pur di spirto cassi
Sarete, e membra d’ogni senso vote;
Ma dentro a la funesta, oscura fossa
Cangiate in massa vil di polve e d’ossa.
O di nostre fatiche empio riposo,
E d’ogni uman sudor mèta infelice,
Da cui torcer non lice
Pur orma, nè sperar pietade alcuna!
Che val, per ch’altri sia chiaro e felice
Di gloria d’avi, o d’oro in area ascoso,
E d’ogni don gioioso
Che natura può dar larga, e fortuna,
Se tutto è falso ben sotto la luna,
E la vita sparisce a lampo eguale
Che subito dal cielo esca e s’asconda,
E, s’ove è più gioconda,
Più acerbo scocca Morte il crudo strale?
Pur ier misero io nacqui, et oggi il crine
Di neve ho sparso, e già son giunto al fine.
Nè per sì corta via vestigio impressi
Senz’aver di mia sorte onde lagnarme:
Chè da l’empia assaltarme
Vidi con alte ingiurie a ciascun varco,
Contro la qual da pria non ebbi altr’arme
Che lagrime, e sospir da l’alma espressi.
Poi de’ miei danni stessi
L’uso a portar m’agevolò l’incarco.
Quinci a studio non suo per forza l’arco
Rivolto fu del mio debile ingegno
Tra ’l roco suon di strepitose liti;
Ove i dì più fioriti
Spesi: e par che ’l prendesse Apollo a sdegno:
Chè se fosser già sacri al suo bel nome
Forse or di lauro andrei cinto le chiome.
Ma qual colpa n’ebb’io, se ’l cielo avverso
Par che mai sempre a’ bei desir contenda?
E virtù poco splenda
Se luce a lei non dan le gemme e l’oro?
Nè quanto il dritto e la natura offenda
S’accorge il mondo in tale error sommerso.
Al qual anch’io converso
De le fortune mie cereai ristoro:
Ben che parco bramar fu ’l mio tesoro,
Con l’alma in sè di libertà sol vaga,
E d’onest’ozio più che d’altro ardente:
Resa talor la mente,
Quasi per furto, infra le Muse paga,
Che, de’ prim’anni miei dolci nodrici,
Fur poi conforto a’ miei giorni infelici.
Un ben, ch’ogni mal vinse, il ciel mi diede,
Quando degnò de la sua grazia ornarmi
L’alta mia Patria, e farmi
Servo a sè, noto altrui, caro a me stesso.
Onde umil corsi, ov’io sentii chiamarmi,
A più nobil cammin volgendo il piede.
Così a l’ardente fede
Pari ingegno e valor fosse concesso,
O pria sì degno peso a me commesso,
Che saldo almen sarebbe in qualche parte
L’infinito dover che l’alma preme.
Quinci in quest’ore estreme
Ella con maggior duol da me si parte,
Ch’ove a l’obbligo scior la patria invita
Non pon mille bastar, non ch’una vita.
Dunque, s’ora il mio fil tronca la dura
Parca, quanti ho de’ miei più cari e fidi,
Amor cortese guidi
Al marmo, in ch’io sarò tosto sepolto:
E la pietà, ch’in lor mai sempre vidi,
Qualche lagrima doni a mia sventura.
E, se pur di me cura
Ebbe mai Febo, anch’ei con mesto volto
Degni mostrarsi ad onorar rivolto
Un fedel servo, onde rea morte il priva.
Prestin le Muse ancor benigno e pio
Officio al cener mio:
E su la tomba il mio nome si scriva,
Acciò, se ’l tacerà, d’altro onor casso,
La fama, almen ne parli il muto sasso.
Andresti e tu, più ch’altri afflitto e smorto,
A versar sovra me tuo pianto amaro,
Mio germe unico e caro,
S’in tua tenera età capisse il duolo.
Ahi che simile al mio destino avaro
Provi: ch’a pena anch’io nel monde scôrto,
Piansi infelice il morto
Mio genitor, restando orbato e solo.
Misero crede, a cui sol largo stuolo
D’affanni io lascio in dura povertade,
Chiudendo gli occhi, oimè, da te lontano.
Porgi, o Padre sovrano,
Per me soccorso a l’innocente etade:
Ond’ei securo da’ miei colpi acerbi
Viva, e de l’ossa mie memoria serbi.
Ahi, ch’anzi pur, Signor, pregar devrei
Per le mie gravi colpe al varco estremo:
Dove pavento e tremo
De la giust’ira tua, mentre a lor guardo:
Tu, cui condusse in terra amor supremo
A lavar col Tuo sangue i falli miei;
Tu, che fattor mio sei;
Volgi nell’opra Tua pietoso il guardo:
Ch’or è pronto il pentir, se, fu ’l cor tardo
Per la Tua strada, e volto a’ proprj danni:
E con lagrime amare il duol ne mostro.
Tu da l’infernal mostro
L’alma difendi, e da’ perpetui affanni:
Tal che, d’ogni suo peso e nodo sciolta,
Di Tua grazia gioisca in ciel raccolta.
Là su, là su, Canzon, la vera eterna
Patria n’aspetta: a Dio sen’ torni l’alma,
Che sol bear la può d’ogni sua brama.
E, poi che già mi chiama
A depor questa fral, corporea salma,
Prestimi grazia a la partita innanzi,
Ch’almen qualch’ora a ben morir m’avanzi.