NInfa gentil, che per gli afflitti lidi
D’Alfeo sola ten vai
Lacera il crine e scolorita il viso,
E mesta guard’iutorno, e mesta gridi:
Qual d’affannosi lai
Gran suono ascolto, e quale in te ravviso
Aspro duolo improviso?
Chi del bel fiume tuo le placid’onde
Intorbida e confonde?
Qual delle arene illustri impetuoso
Strano vento crudel turba il riposo?
Ma qual vegg’io fra queste ombrose piante
Negro marmo fatale
Inciso d’auree Note? Ahi troppo chiaro
Leggo scritto Polibo. In quali e quante
Parti, eccelso, immortale
Giunto io lo miro! Oh dolce a un tempo e amaro
Bel nome eletto e raro!
Nome, che un giorno fu la gloria e il vero
Splendor del Tosco Impero;
Ed or, ch’egli è nome pur nudo e solo,
Porta al sacro Parrasio angosce e duolo.
Ninfa adunque che piangi in questa riva
Il buon Polibo estinto,
Giusta cagione a lamentar ti mena:
Poichè la parte in lui più vera e viva
Morte ne tolse, e scinto
Dalla mortal sua nobile catena
Là nella più serena
Parte del Ciel fu ’l vago spirto accolto;
E del tesor, che tolto
Ha il Fato a noi, se ’n va più ricca e altera
L’alta de’ primi Atleti inclita schiera.
Ma s’io, che mesto pellegrin or giungo
Dal bel Toscano suolo,
Dove l’Eroe, che piangi ebbe il natale,
Di lui ti parlo, e in fiere guise aggiungo
Duolo al tuo giusto duolo,
Soffrilo in pace; e del bell’Arno quale
il gran duolo immortale,
Tal sia d’Arcadia, e poichè egual’è il danno,
Pari sia il crudo affanno;
E pallide si mirono e confuse
Colle Tosche del par l’Arcade Muse,
Morio Polibo, e fur viste con lui
Partir l’alme virtudi,
E al bel principio lor volgere il piede:
Cercaro i boschi più nascosi e bui
Le leggi e i tanti studi;
E quella, onde il suo nome ogni altro eccede,
Colma di bianca fede,
Vera prudenza, e della nobil’Alma
L’imperturbabil calma
Partissi; e seco il generoso egregio
D’auro, e di pompa vile alto dispregio.
Pur ne’trofei di Morte io non rimiro
La gentil cetra illustre,
Nè i sacri carmi, o il glorioso allòro.
Di man del Padre i saggi figlj usciro,
E savia cura industre
Gli accolse, e vidi alume ricchezze in loro,
D’altro che d’ostro, e d’oro;
E ne fè dono alla futura etade,
Di sua troppa pietade
Morte sdegnossi, e non potendo a’ figli,
Stese al buon genitor gli avidi artiglj,
Ma chi potea fra il cenere del padre
Della prole gentile
Spegner l’ardore, o rattener nascose
Le sì amabili sue forme leggiadre?
In vigoroso stile
Se stesso in loro il genitore espose;
E tutte in lor ripose
Della grand’Alma sua le voglie e i sensi,
In lor tutti i più accensi
Alteri affetti del suo cuor diffuse,
E que’, che sempre agli altrui sguardi ei chiuse.
Vedi quai fur nel gran periglio atroce
Dell’Austria sbigottita,
E del Cristiano Mondo i suoi pensieri,
Vedi alla trionfale invitta Croce
Quai di laude infinita
Sciolse dal plettro d’Or begl’inni alteri.
De i santamente fieri
Eroi fedeli, e vincitori, oh come
Rese più chiaro il nome
Cangiò in tromba la cetra, e a Guerrier prodi
Le vie mostrò delle Vittorie, e i modi,
Di sua sì varia e sì contraria sorte
Ai troppo veri sdegni,
Ai troppo finti Amori egual dispregio
Rese; nè il petto imperturbabil, forte
I consùeti segni
Mostrò di doglia, o di viltade. Il pregio,
Dell’onor. vero egregio
Distinse, e quello amò, che al ciel riduce
Sua pura e viva luce;
E il van desìo, che sol di terra nasce,
Spegner fu visto, e soffocarlo in fasce.
Quindi, qual suon con provvido consiglio
L’errante Rondinella
Fuggir del freddo Ciel l’aspro rigore,
E gir dal nido in volontario esiglio;
Tal’ei dalla sua bella
Patria fuggendo in solitario orrore,
Passò le più bell’ore
Pago di un ingegnoso ozio sereno,
Ozio, che fuor dal seno
L’aspre memorie a lui trasse del duolo,
E lasciò al cuor la libertà del volo.
Belle dell’Elsa amabili e felici,
Rive, poi pur l’udiste
Cantar sovente in dolorosi carmi
I nomi e i pregj de’ perduti Amici;
Alle pietose e triste
Note spezzarsi, e mostrar senso i marmi;
E l’implacabil’armi
Odiar la Morte, e dell’obblio più lenti
Trapassare i momenti;
E nuova vita alle già spente vite
Rendersi, e ritonar l’alme smarrite.
Da Voi, bei lidi, il maestoso suono
Mosse, che di là giunse
Pien di laude immortal, che eterna vive,.
Della Real Cristina infino al trono;
Da voi quel suon, che aggiunse
Fama a queste d’Arcadia inclite rive;
Da voi le calde e vive
Parole, ond’ei nell’ultimo periglio,
A lei, che del suo Figlio,
E Figlia e Madre, si rivolse, e chino
Arbitra lei chiamò del suo destino.
Ma voi, che tanto di sua vita aveste,
Selve riposte e sole,
Gli ultimi suoi sospir non possedete.
D’Arno le rive sconsolate e meste
All’ultime parole
Piansero, e vider rugiadose e liete
Sue pupille quiete
Chiudersi al giorno e il Patrio suol potèo,
Qual d’immortal trofeo,
Dei sacri avanzi ornarsi, e dir: qui nacque
Polibo illustre, e quì morendo giacque.
E ben l’Etrusca addolorata gente
Disselo in tuon concorde,
E piovve allor sulla bell’urna il pianto;
E udii io stesso attonito e dolente
Sulle dorate corde
Cangiarsi in lutto a cento muse il canto.
Pianse Italia altrettanto,
Anzi l’Europa tutta, e da un sol fonte
Sceorrer leggiere, e pronte
L’acque del pianto in mille rivi iò scersi
Che al pari del suo fonte eterne fersi.
Canzon che il nostro duolo
Fin tra gli Arcadi prati accolto miri,
Fermati fra quest’ombre, e sciogli il volo
A’tuoi caldi sospiri:
All’odorato sasso
Forse sian più graditi
Al nobil suon di queste cetre uniti.