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Carlo Innocenzo Frugoni · Ilustración

O, che il Sol muta albergo

italiano

O, che il Sol muta albergo,
E del Leon stellato
Va sù l’estivo tergo
I raggi a saettar:
Batte, ed in suon pietoso,
Apri, mi dice Amore;
Teco dal dì focoso
Mi venni a riparar.
Apri la tua capanna:
Il fervido meriggio
Vedi come m’affanna,
Come mi fa languir.
Apri, Pastor, t’affretta;
Non provocarmi a sdegno;
Temi la mia vendetta;
Sai come so ferir.
Io scendo, ed apro al Dio,
Che prega e in un minaccia.
Entra; e il tugurio mio
Sente il divin suo piè.
Presente oli qual diffonde
Amabil luce in giro!
Presente oh quale infonde
Soave fuoco in me!
Amor s’asside, e stanco
L’arco dal collo slega,
Spoglia de’ dardi il fianco,
Che mai depor non sa:
All’omero raccoglie
L’affaticate penne,
Ed ai begli occhi toglie
Quella, che cieco il fa.
Un lin puro qual neve,
Di Dori amico dono,
Dispiega, e lieve lieve
Terge il sudato crin;
Terge l’accesso volto,
Respira; e così poi
Parla ver me rivolto
L’Idalio Fanciullin.
Dal primo albore errai
Dori cercando invano,
Dori, che (se nol sai)
La cura mia divien.
Folta d’antichi faggi
Cercai quella selvetta,
Dove dai caldi raggi
A ristorarsi vien.
Selvetta, ove discese
L’Aurora impaziente.
Quando per me l’accese
L’Eolio Cacciator;
Selvetta, ove pur sculto
Vidi di Dori il nome,
Che al vegetare occulto
Cresce co’ tronchi ancor
D’olmi ricinte intorno
Cercai l’argenteo fonte,
Dove talor del giorno
Lenta l’ardor depon;
Fonte, ove in dolci guise
Già la mia bella madre
In altri dì s’assise
Col Cinirèo Garzon.
Al fedel antro ombroso
Corsi, che di corimbi
Riveste un tortùoso
Lascivo verdeggiar
Antro, che in bianco velo
Già fè la Dea triforme
Innamorata in Cielo
Il carro abbandonar.
Movendo il guardo e il passo
Cercai se v’era Dori:
V’era il felice sasso,
Dove talor posò
Ma in aria lusinghiera
Sul vedovo macigno
Dori gentil non vera
Che sospirando io vò.
Conoscitor di questi
Boschi d’Arcadia lieti,
Dirmi, Pastor, sapresti
Celata ove si stà
È forza ch’io la trovi
E che le fiamme mie,
il mio valor rinnovi
Ne’rai di sua beltà.
Sebben nel Ciel fiammeggia
Alto il Titanio lume,
Nè Pastorel, nè greggia
Osa lasc iar l’ovil;
Dori per rinvenire
Fenderò l’aure ardenti:
Che non sì può soffrire
Per Ninfa sì gentil?
Tacque, e mirommi fiso;
Poi ripigliò: Rispondi.
Ahi come un mio sorriso
Incauto mi tradì!
Mutando allor favella,
So, disse Amor sdegnato,
Dov’è la Ninfa bella,
Che tanto m’invaghì.
E vidilo le pronte
Bell’armi sue raccorre,
E alla turbata fronte
La benda rannodar.
Il suo nemico aspetto
Timido non sostenni;
E il cuor presago in petto
Io mi sentii tremar.
Ahi! si levò su l’ali,
E dalla tesa corda
Vibrommi un de’ suoi strali
Quanto vibrar si può;
E nel mio cuor scolpita,
E nel mio core ascosa,
Per la fatal ferita
Amor Dori trovò.

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Autor
Carlo Innocenzo Frugoni
Título
O, che il Sol muta albergo
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-o-che-il-sol-muta-albergo--carlo-innocenzo-frugoni-6a70ce
Cita recomendada
Carlo Innocenzo Frugoni, «O, che il Sol muta albergo», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-o-che-il-sol-muta-albergo--carlo-innocenzo-frugoni-6a70ce.html

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