O bella Diva Idalia,
Che da per tutto imperi,
Che frodi ordisci al credulo
Innamorato cor,
Non funestar quest’anima
Co’ torbidi pensieri;
Figlia di Giove ascoltami,
Solleva il mio dolor.
S’è ver che tu propizia
Già tante volte e tante
Volgesti a me dall’auree
Sedi paterne il piè,
Vieni, richiesta Venere,
Alla più fida amante:
Ah! le mie voci flebili
Giunsero un giorno a te.
Sul pronto cocchio ed agile
Scendevi, o Diva, allora,
Dagli amorosi passeri
Tratta in un punto al suol.
Che, mentre abbandonavano
L’altissima dimora,
I bruni vanni e celeri
Spesso batteano a voi.
Sciolti dal freno roseo
Moveano indietro il volo,
Lasciando te nell’umile
Mia povera magion.
E tu fra ’l riso amabile
Poi la cagion del duolo,
Tu mi chiedevi, o Venere,
De’ voti la cagion.
E quale in seno m’agiti
Fervida brama il core,
E in chi destar doveasi
Novello amor per me.
Dicevi allor: qual perfido
Usa con te rigore?
Saffo, chi mai t’ingiuria,
Quel barbaro dov’è?
Ah! se l’ingrato giovane
Fuggir da te procura,
Or or pentito e docile
A te ritornerà:
Darà i suoi doni in cambio,
Se i doni tuoi non cura:
Sarà per te men rigido,
Quel che tu vuoi farà.
Vieni, pietosa Venere,
Che co’ soavi accenti
Il cor da tante angustie
Già sollevasti allor.
Vieni, e per te sia libera
L’alma da’ suoi tormenti:
Seconda, o Diva Idalia,
I voti del mio cor.