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Fazio degli Uberti · Medieval

Quella virtù che 'l terzo cielo infonde

italiano

Quella virtù che ’l terzo cielo infonde
Ne’ cuor che nascon sotto la sua stella
Servo mi fe di quella
Che ne’ belli occhi porta la mia pace;
La qual nulla distanzia a me nasconde,
Sì nella mente Amor me la suggella;
E la dolce favella
Che udir mi pare ogn’or ch’ella più tace.
Ogni pensier fuor che di lei si sface,
Prima che alla mente giunto sia,
Nella mia fantasìa;
Chè senza lei non può punto durare.
Ma, perchè io veggio Italia devastare,
I’ prego Amor che per sua cortesìa
Tanta grazia mi dia,
Ch’io possa in sua difesa recitare
Quello che in visïone udi’ narrare
Ad una donna con canuta chioma,
La qual mi disse ch’era l’alma Roma.
20 Sol con amore un giorno a piccol passo
Della mia donna ragionando mossi.
Uscendo fuor de’ fossi
Tenni per un sentier d’un bel boschetto,
Per lo qual mille volte mi vo a spasso
Purgando gli umor freddi secchi e grossi;
Poi montai gli alti dossi
De’ verdi colli per più mio diletto.
Quivi mi posi senza alcun sospetto
Tutto disteso in un prato di fiori;
E poi a quelli odori
Sopra le braccia riposai la testa.
Così dormendo vidi in bruna vesta
Una donna venir tra più signori;
E quanti e quali onori
Si posson far, tutti faceano a questa.
Ell’era antica solenne et onesta;
Ma povera pareva e bisognosa;
Discreta nel parlare e valorosa.
Ne’ suoi sospiri dicea lagrimando
Con voce assai modesta e temperata:
— O lassa isventurata,
Come caduta son di tanta altezza,
Là dove m’avean posto trïonfando
Gli miei figliuol, magnanima brigata!,
Che m’hanno or visitata
Col padre loro in tanta gran bassezza.
Lassa!, ch’ogni virtù ogni prodezza
Mi venne men quando morîr costoro,
I quai col senno loro
Domaro il mondo e riformârlo in pace
Sotto lo splendor mio, ch’ora si face
Di greve piombo e poi di fuor par d’oro.
Or di saper chi fôro
Arde la voglia tua sì che no ’l tace.
Ond’io farò come chi satisface
L’altrui voler nella giusta dimanda,
E perchè di lor fama ancor si spanda.
Quel biondo grande che sta sol da parte
Con reverenzia fra questi maggiori
Ha in cielo quelli onori
Che l’opere sue belle gli acquistaro:
Egli è ’l mio genitor, figliuol di Marte.
E gli altri più reverenti signori
Son cento senatori,
Che dopo lui sì ben mi nutricaro
Un anno e mezzo. E poi mi governaro
Dugento quarantanni e tre puntati
Quei sette coronati,
Fin che Tarquin fu da Bruto cacciato.
Poi resse e governommi il consolato
Quattrocento sessanta e sette ornati
Anni ben numerati,
Essendo consol pria Bruto chiamato;
Ve’ Publicola ancor che gli è da lato.
Ma, perchè forte a dir di tutti quanti,
Di loro e d’altri mostrerotti alquanti.
Quel che tu guardi con tanto diletto
Per la real sembianza ch’e’ ritiene
È quel da cui conviene
Prendere esemplo ognun che cerca onore:
Egli è ’l mio Cesar onde ogni altro è detto,
Cesar che mia corona in testa tiene,
Cesar di buona spene,
Cesar del mondo franco domatore.
Quel che gli è dietro fu suo successore,
L’avventurato Augusto. E poi da lato
Gli vedi l’onorato
Pompeo Magno e l’ardito Affricano
E ’l savio Scipïone Emilïano
E Scevola e Cammillo e Cincinnato.
Vedi Bruto e Torquato,
Rigidi padri colle scuri in mano.
L’altro è Orazio, colui che nel piano
Combattè co’ nimici a fronte a fronte,
Facendo dietro a sè tagliare il ponte.
Or volgi gli occhi al mio giusto Catone:
Ve’ la sua contenenza e ’l forte petto
Che sempre fu recetto
D’ogni virtù et onorato ostello;
Egli ha da lato il savio Cicerone.
Fabio Massimo è quel c’ha dirimpetto,
Che tien per mano stretto
Il dignitoso e nobile Marcello.
Mira due scogli, Fabrizio e Metello;
Mira le man callose per l’arare
D’Attilio consolare
Che abbattè trïonfando tante schiere.
L’altro è Siccio Dentato il battagliere
Che fu veduto nello stormo entrare
E con onor tornare
Cento venti fïate a mie bandiere.
O figliuol mio, omai leva il pensiere
In far mia voglia, e pensa se t’è briga;
Chè mal s’acquista onor senza fatiga.
115 Onor ti sarà grande et a me stato,
Se per tuo operar son consolata,
Essendo abbandonata
Da tutti que’ che mi dovrìeno aitare.
Raccomandar mi volli al mio senato
Che m’ha con le sue man dilacerata:
La porta era serrata,
E trovai la ragion di fuora stare;
In su la soglia vidi, per guardare,
Superbia invidia et avarizia ria,
E vietârmi la via;
Sì che miei passi indarno fêr lor corso.
Or come avrò dal buon Carlo soccorso,
Che m’ha lasciata avendomi in balìa,
E non per mia follìa?
O buon principio, dove se’ trascorso!
Nè spero da’ Pugliesi aver soccorso
Che fan contento ogni uomo a cui diletta
Giusto giudicio e divina vendetta.
Però surgi gridando, o figliuol mio!
Desta gl’Italiani addormentati,
D’amore inebrïati
Delle triste guardiane ch’or nomai.
Di’ lor come a figliuoli il mio desìo,
Chè sempre fûr compagni de’ miei nati.
Non sien pigri nè ingrati
A pormi nel gran seggio ond’io cascai.
Un sol modo ci veggio, e quel dirai;
Che piglino quel buono uom che ’l può fare,
Che mi debbe donare
Un virtuoso re che ragion tegna
E la ragion dello impero mantegna;
Sicchè, com’è in pensier passi oltremare,
Facendo ognun tremare
Ch’arme pigliasse contro alla sua ’nsegna;
Perchè a tanto signor par che s’avvegna
La destra fiera e la faccia focosa
Contro a’ nemici, e agli altri grazïosa.
O figliuol mio, da quanta crudel guerra
Tutti insieme verremo a dolce pace,
Se Italia soggiace
A un solo re che al mio voler consenta!
Poi quando Iddio ce lo torrà di terra,
Gli altri non sien chiamati a ben ti piace;
Ma, come ogni re face,
Succederà il figliuolo o il più parente.
Di che seguiterà immantinente
Che ciascun rio pensier di tirannìa
Al tutto ispento fia
Per la successïon perpetuale.
E quando il suo vessillo imperïale
Menerà il padre santo a casa mia,
Vedrai di mercanzìa
Tutto adornato il paese reale.
Or vedi la grandezza dove sale
Questa ch’è donna delle altre province,
Se ’l suo peccato stesso non la vince. —
Canzon mia, cerca l’italo giardino
Chiuso da’ monti e dal suo proprio mare;
E più là non passare,
Chè più non disse chi mi diè la ’mposta.
E guarda ad ora ad or da costa a costa
Gli atti che vedi a chi t’ascolta fare;
Chè si vuol giudicare
Tal’or di for l’intenzïon nascosta.
E se trovi la gente mal disposta,
Se dagli orbi superbi sei derisa,
Lascia pur fare; e vedrai belle risa.

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Autor
Fazio degli Uberti
Título
Quella virtù che 'l terzo cielo infonde
Lengua
italiano
Época
Medieval
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-quella-virtu-che-l-terzo-cielo-infonde--fazio-degli-uberti-c6b1e3
Cita recomendada
Fazio degli Uberti, «Quella virtù che 'l terzo cielo infonde», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-quella-virtu-che-l-terzo-cielo-infonde--fazio-degli-uberti-c6b1e3.html

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