QUesta di fino argento
Sottil lamiera in picciol’urna avvolta,
Oh quanto ha in se raccolta
Cara gioja de i labbri, almo contento
De i cuori e della vita
Robustezza infinita!
Ella, se tu nol sai
Da quelle nevi di gran sale asperse,
Mille e mille diverse
Dolcezze entro concepe, e forse omai
Nate già sono, e tosto
N’andrà confuso Agosto,
Agosto sì, quel crudo
Distillator di vive carni: io spero
Di riveder l’altero
Batter di freddo, e di sue fiamme ignudo:
Odi, come orgoglioso
Spiega il mistero ascoso.
Questo, dic’ei, che intorno
Tutto n’appanna quel vasel geutile,
Tanto à sudor simile,
Sudor sarà, che in sì bollente giorno
Col mio gran caldo estremo
Fin dall’argento io spremo.
Sudor? Se sia sudore
Tosto il vedrai: ma che minaccio? Aspetta.
Nise, di quell’urnetta
Svogli la vite aurala, e fanne fuoco
Colle tue man di rose
Quelle nevi odorose.
Eccolo morto: Oh come
Giacque disteso in sul terren bruciato
Al fulmine gelato!
Senti arsicce divampate chiome
Nel freddo esalo spente
Fischiar, quel ferro ardente.
Ma qual stupor m’appare?
Mira, che qual dall’infuocato seno
Monte d’ardor ripieno
Vomita fumi ardenti, e ’l Cielo, e ’l Mare,
Non che la Terra involve
Nell’infiammata polve:
Tal, mentre aperta in giro
Questa gentil vorago all’aria, a i venti
Erutta vampe algenti,
S’empie il Ciel di rugiade; almo respiro
N’ave la Terra, e ’l Mondo
Ne ridivien fecondo.
Nise tanto più bella
Quanto infiammata più, deh vieni, e questa
Dolce a sorbir t’appresta
In sembianza di gel vita novella.
Non è gentile Oh quanto
Dal sì piacerti ha vanto!
Nise, tu pensi e studi
Or colle mani, or colla lingua esperta,
Qual peregrina incerta
Mista a sapor fraganza indi trasudi.
Che di? di Gelsomini?
Pensa, se l’indovini.
Ti dò a pensar due lustri,
E se t’apponi, io voglio perder queste
Legate in oro e inteste
Di fine gemme due gran tazze illustri
Onde tremar fei spesso
La Schelda e l’Istro istesso.
Eh semplicetta! Eppure
Eppure, ignorantella! ancor t'affanni
Per raddoppiart’inganni
Sai tu quel, ch’è? dell’Indiche culture
La più odorosa figlia
La bruna Vainiglia,
Essa gran tempo assorta
Nella polve, che a noi sì dolce invia
Per nambuco, o batìa,
Sì soave di sè la riconforta,
Ch’indi assai più ne molce
Coll’odor, che col dolce.
Quì poi tua mano industre
Corra sprizzando l’odorata scorza
Di quello, onde si sforza
Farsi ricca Toscana, Arancio illustre
Che dalla China al Tago
Fu sì di correr vago.
Dal doppio odore asperso,
Oh che zucchero, Nise! e se lo stempri,
E dolce suo contempri
Con di quell’agro in polpa entrovi immenso
Oh con che cari nodi
Fia poi, che ’l gel l’annodi!
Or via del buon Vitelli,
Che regalo gentil mi fè cortese,
In sù quest’ore accese,
Rammemoriam gl’illustri fatti: e quelli,
Finchè ne ferve il Cielo,
Smaltiam di questo gelo,
Di questo gel, di questo
Sacro di fresca vita almo elisire:
E quanto le bell’ire
Sangue costaro alla Germania infesto,
Tanto versiam su i cuori
De i congelati umori.