✶  CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  ✶

Poetósfera › La Biblioteca › Saffo

Saffo · Medieval

Saffo a Faone

italiano

Ascoltami, Faon: quando su questi
Sudati fogli il tuo sguardo s’affisse,
Tosto l’amica man riconoscesti?
O se il nome di Saffo, che li scrisse
Non vi leggevi, ti taceva il core
Questo tenue lavor donde venisse?
E forse chiederai, perchè d’amore
L’inno sulla mia cetra oggi non suoni,
Ma d’elegia mestissima il tenore.
È flebil l’amor mio: flebili toni
Ha l’elegia: non fa col mio tormento
La gioia delle liriche canzoni.
Ardo, come ne’ solchi arde il frumento
Che dell’arida state il raggio indora,
Se le fervide vampe agiti il vento.
Lungi dagli occhi miei Faon dimora
Dell’Etna appiè; nè dell’Etneo men fiero
È l’incendio che dentro mi divora.
Già più carmi non tempro al lusinghiero
Suon della lira: le pimplee Sorelle
Aman sereno e libero il pensiero.
Nè più le giovinette a me son belle
Di Metinna e di Pirra; io più non curo
I vezzi, o Lesbo, delle tue donzelle.
Care Cidna, Anattorie un dì mi furo
Che or mi son vili; d’Attide a’ miei rai
Il roseo volto pur s’è fatto oscuro,
E d’altre molte che una volta amai
D’immenso amore. O perfido Faone,
Quel cor, ch’era di molte, or tu sol hai.
In te viso giocondo, in te stagione
Tempestiva agli amori. O a me fatale
Sembianza del bellissimo garzone!
Prendi in mano la cetera e lo strale
Febo sarai: coll’ellera alle chiome
A Bacco diverrai tosto rivale.
E Febo e Bacco all’amorose some
Piegaro il collo; nè cercâr perdono
S’era a Clio di lor Ninfe ignoto il nome.
Ma le bionde Pegasidi a me dono
Fer d’amabili versi; e già si spande
Alto nel mondo di mia fama il suono.
Nè più frequenti Alceo colse ghirlande,
Mio fratel nella patria e nella lira,
Benchè tempri le corde a suon più grande.
Se nata io sembro alla natura in ira,
Che men bella mi fe, largo conforto
M’è ’l poetico nume che m’ispira.
Piccola io son: ma dall’occaso all’orto
Volo col nome ed empio i monti e l’acque;
Sola di tanti lauri il fascio io porto.
Se candida non son, però non spiacque
A Perseo l’etiopica donzella
Bruna il volto dal Sol sotto cui nacque.
Nè rifugge la bianca colombella
Dal nero sposo; e ’l verde augello in traccia
S’aggira della bruna tortorella.
Che se pari alla tua cerchi una faccia,
Non fia che tu ritrovi o ninfa o dea
Che sia degna posar nelle tue braccia.
E pur bella a’ tuoi sguardi anch’io parea,
Quando leggevi i miei versi: fra cento
E cento vati io sola ti piacea.
Cantava, oh, come spesso io lo rammento!
Chè nulla obblian gli amanti; e tu co’ baci
Rompevi sulle mie labbra l’accento.
Tutto in me ti rapiva; e se in tenaci
Teneri nodi ti serrava al petto,
Le soavi d’amor ire e le paci,
Gli arguti motti, l’infocato affetto,
I sorrisi, le lagrime, i deliri
T’empiean d’inenarrabile diletto.
Le belle Siciliane a’ tuoi sospiri
Ora son segno. Acchè più Lesbo ho ’n core?
Oh, l’aure di Sicilia anch’io respiri!
Ma voi l’obbrobrïoso disertore
Deh! tosto rimandate al nostro amplesso,
Nisiadi madri, e voi, Nisiadi nuore.
Guardatevi da lui che vi vien presso
Col mêl sul labbro; quel che a voi promette
A me lo sciaurato avea promesso.
E tu, madre d’Amor, che sulle vette
D’Erice hai templi, accorri alla meschina
Che i suoi giorni e la lira a te commette.
O forse dal suo corso non declina
La nemica fortuna? E reo governo
Di questa sventurata a far si ostina?
Sei volte appena ritornare il verno
Io visto avea, che nella vuota stanza
Bagnai di pianto il cenere paterno.
Il mio fratel degli avi ogni sostanza
Sperse in luride tresche; il vitupero
È l’unico retaggio che gli avanza.
Or sovra un pino all’aüre leggero
Corre i golfi e terribile corsaro
Si getta a racquistar l’oro primiero.
Ma perchè degno biasmo in me trovaro
L’opre sue bieche, ei m’odia. Ecco il bel frutto
Che i pietosi consigli mi recaro.
E perchè mai non abbia il ciglio asciutto,
Piccola figlia, o mio destin crudele!
Scherzami intorno a raddoppiarmi il lutto.
Tu novissima causa alle querele
Mi sei, Faone. O come repentini
Si cangiarono i venti alle mie vele!
Ecco negletti per le spalle i crini
Cascano: in dito più non mi sfavilla
Lo splendore degl’indici rubini.
È rozzo il mio vestir: l’oro non brilla
Più sul mio capo; nè l’assiro unguento
Dalle scomposte mie trecce distilla.
E per chi deggio ornarmi? A chi più tento
Io misera piacer, se que’ begli occhi
Più non miro, cagion d’ogni ornamento?
Cuor non havvi, ove Amor suoi dardi scocchi
Più che nel mio; perchè s’accenda ed ami
Basta lieve favilla che lo tocchi.
Sia che volgendo i miei vitali stami
Tal legge mi cantassero le Suore,
Di roseo fil tessendo i miei dì grami;
Sia che gli studi, a’ quali ho posto il core,
A lor costume informino l’affetto,
Me già fece Talia serva d’amore.
Che stupir se mi vinse un giovanetto
Cui l’età fresca appena il mento infiora,
Nato a scaldar qual è più freddo petto?
Questi io temea che tu, scherzosa Aurora,
Detto a Cefalo addio, non mi togliessi;
Ma frenarti Titon seppe finora.
Se tu che tutto vedi lo vedessi,
Candida Luna, come Endimïone
Dormirebbe Faon sonni più spessi.
E Citerea l’amabile garzone
Seco trarrebbe in ciel: ma paurosa
Del fiero Marte evita la tenzone.
O tra fanciullo e giovane, vezzosa
Utile etade! O candido sembiante
Onde l’umana schiatta è glorïosa!
Torna, torna, leggiadro, al palpitante
Mio sen! Non chieggio che tu deva amarmi;
Soffri solo ch’io possa esserti amante.
Scrivo; e l’impresse note a cancellarmi
Diffuso pianto dalle ciglia piove:
Vedi che appena tu discerni i carmi.
Che s’eri fermo omai girtene altrove,
Addio, Saffo, perchè non mi dicesti?
Io non chiedea dall’amor tuo gran prove.
Ah, non gli ultimi pianti e non avesti
Gli ultimi baci, o caro; ed io già scorti
Non ho quai m’attendean fati funesti.
Di me tranne l’ingiuria altro non porti;
Non un mio pegno, un mio vezzo non hai
Che di memoria l’amor tuo conforti.
Lassa! e ricordo alcun non ti lasciai;
Io sol detto t’avrei che tu volessi
Ricordarti di me che vivo in guai.
Per Amore io ti giuro, il qual non cessi
Giammai da’ nostri cori, e per le Muse
Che de’ foschi miei giorni arbitre elessi;
Quando il subito grido si diffuse,
— Saffo, il tuo ben sen fugge, — alla parola
E alle lagrime il varco mi si chiuse.
Mancava agli occhi il pianto; nella gola
La lingua intorpidia, finchè dell’alma
Tutte le posse un freddo orror m’invola.
Poi come balenò raggio di calma
All’ansio cor, le chiome io mi scompiglio
Alto ululando, e batto palma a palma.
Tale il sen si percote e bagna il ciglio
Tenera madre che all’accesa pira
Porti le membra di diletto figlio.
Carasso, il fratel mio, lieto rimira
I nostri pianti e per la casa ognora
Importuno sugli occhi mi si gira,
E perchè la gran doglia che m’accora
Onta mi faccia, di che geme, ei chiede,
Costei? Non vive la sua figlia ancora?
Ho lacera la veste e scalzo il piede;
Pur rossore non ho se il volgo intorno
In sì misera mostra errar mi vede.
A te, Faon, sol penso e tu ritorno
Mi fai solo ne’ sogni. O sogni, o notti
A me candide più d’ogni bel giorno!
Se altre terre a bear si son condotti
I tuoi sembianti, io l’ho ne’ sogni appresso.
Ahi sogni fuggitivi ed interrotti!
Spesso ch’io penda dal tuo collo e spesso
Che tu sovra il mio collo t’abbandoni
Parmi, o diletto, nel sognato amplesso.
E dolcissimi accenti mi ragioni
Noti all’ombre soltanto e senza velo
La tua beltade a vagheggiar mi doni.
Ma tosto come il sol gli orli del cielo
Col novo raggio imporpora, che presta
Si ritiri la notte io mi querelo.
E mi volgo crucciata alla foresta,
E pace alla solinga ombra dimando
Che sì dolci memorie in cor mi desta.
Quindi furente, di me stessa in bando,
Come maga tessalica m’aggiro,
Gl’irti capelli all’aure abbandonando.
E la concava grotta ancor rimiro
Scabra di tufi che mi fur più belli
Che niveo marmo a’ dì del mio deliro.
Riveggo il bosco che di fior novelli
Spesso un letto ne porse e tanto amore
Fra l’ombre ricoprì degli arboscelli.
Ma dove della selva e del mio core
Sparve il signor? M’è quella selva oscura
Dal dì che n’è partito il tuo splendore.
L’erba conobbi che all’estiva arsura
Ne sostenne adagiati: ancora oppressa
Era dal nostro peso la verzura.
Forsennata precipito sovr’essa,
Sul sito ove tu fosti, e baci e pianto
Porgo ad ogn’orma da’ tuoi piedi impressa.
E meco dispogliato il folto ammanto
Piangono i rami; nè dal nido ascoso
Sciolgono allegri gli augelletti il canto.
Progne, tu sola del trafitto sposo
Memore ancora e de’ tuoi rei furori
Iti vai gorgheggiando in suon doglioso.
Progne il figliuolo, i suoi traditi amori
Saffo lamenta: tutto il resto tace
Per entro il velo de’ notturni orrori.
Sorge non lungi limpida e vivace
Una fontana; se la fama è vera,
Una Dea nelle belle acque si piace.
Antico loto, che una selva intera
Co’ rami adegua, è tetto alla sorgiva
Coronata di verde primavera.
Mentre vinta dal sonno in sulla riva
L’inferme membra adagio, al mio cospetto
Stette del loco la temuta Diva.
Stette e mi disse: poichè t’arde in petto
Non corrisposto amor, volgi il tuo passo
Volgi all’Ambracia, e pace io ti prometto.
Di Leucade colà sorge il gran sasso
Sacro al vindice Apollo: interminato
Spuma il mar d’Azio e romoreggia al basso.
Deucalïon di Pirra innamorato
Di là gittossi e lo raccolse illeso
L’onda soggetta. Come volle il fato
Tosto amor mutò tempre: a Pirra acceso
Gemè ’l cor: per la giovane diletta
D’un alto obblio Deucalïon fu preso.
Questa sorte ha quel mar. Donna, t’affretta
Alla nembosa Leucade e nell’onda
Dalla pendice aerëa ti getta.
Disse e disparve. Dall’erbosa sponda
Io m’alzo esterrefatta, e gemo e fremo,
E di lagrime un fiume il sen m’inonda.
Andremo, o Diva, al fatal sasso andremo;
Pur che il furor che m’agita dia loco,
Piombar nelle spumanti onde non temo.
La rupe, il mare, l’alto abisso un gioco
Mi sembreranno. O aure, a voi mi affido;
Fatta io son lieve dal continuo foco.
E tu pur sulle molli ale, Cupido,
Cadente mi sostieni. Oh, di mia morte
L’onta non pesi sul Leucadio lido!
Allor l’eolia cetera alle porte
Appenderò del tempio, e questi versi
Febo ringrazieran della mia sorte:
« Grata a te, Febo, questa cetra offersi
Io Saffo poetessa; a te conviene
E a me che studi non abbiam diversi. »
Ma perchè d’Azio alle fatali arene
Mi sospingi, crudel, se tu possanza
Hai, tornando, di tôrmi alle mie pene?
Torna, Faone: io posi in te speranza
Più che in quel mare, in te che di sapere
Superi Apollo e di gentil sembianza.
O forse più di queste atre bufere.
Più de’ sassi crudel, con lieto volto
Potrai veder la tua donna che pêre?
Meglio era pur che fra tue braccia avvolto
Fosse il mio seno d’amorosi nodi
Che lasciarlo cadere in mar travolto!
Questo è quel seno che di tante lodi
Già tu solevi ornar; donde aurea vena
Sgorgar ti parve di canori modi.
Or vorrei che di carmi immensa piena
Versasse: ma le vie chiude il dolore,
Il dolor che l’ardito estro incatena.
Già manca a’ voli dell’acceso core
L’antica lena; mute e polverose
Giaccion le corde che sonâr d’amore.
Belle Lèsbidi, voi, vergini e spose,
Gioia del patrio mar, leggiadre amanti,
Sulla cetra di Saffo un dì famose,
Lèsbidi, voi che i fulgidi miei vanti
D’alcuna ombra spargete, ah, non venite
Più d’ora innanzi a domandar miei canti.
Le Pïeridi mie tutte fuggite
Son con Faone.... ah misera, che mio
Quasi il dicean le labbra inavvertite.
Fate ch’ei torni, e co’ begl’inni anch’io
Farò ritorno a voi. Come egli vuole
Tacita io siedo, o carmi all’aure invio.
Ma che giova pregar? Forse si duole
Quel cor selvaggio? O prende i pianti a sdegno
E disperdono i venti le parole?
Deh! che a me riconducano il tuo legno
I venti che ti portano i miei stridi;
Tempo è ben che tu rompa ogni ritegno.
Che se hai fermo il ritorno a’ patrii lidi
Ed al reduce pin serti prepari,
Perchè, crudel, coll’indugiar mi uccidi?
Sciogli la fune. A te tranquilli i mari
Farà la Diva che dal mare è sorta,
Nè venti al corso spireran contrari.
Sciogli la fune. Amor piloto e scorta
Sederà ’n poppa, e con la nivea mano
Tratterà l’artimone e la ritorta.
Che se da Saffo vivere lontano
Hai già fisso in tuo cor (io più non voglio,
Udir le scuse che colori invano),
Alla tradita invia l’ultimo foglio,
Tronca una volta gl’infelici amori;
Scrivi: che speri? Dal Leucadio scoglio
Piomba nel mare che t’è sacro, e muori.

Sigue explorando

Por su autor
Saffo · 14 piezas más en la casa
Dónde vive
La Biblioteca

← Odi (Saffo) — Ode III

Expediente

Autor
Saffo
Título
Saffo a Faone
Lengua
italiano
Época
Medieval
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-saffo-a-faone--saffo-0de0f8
Cita recomendada
Saffo, «Saffo a Faone», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-saffo-a-faone--saffo-0de0f8.html

Las obras de dominio público se reproducen íntegras, con atribución y en la ortografía de su impreso. No pedimos datos personales para avisar de una errata; para otra cosa, escríbenos desde Sobre la casa.