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Fulvio Testi · Barroco

Sovra porfidi eletti

italiano

Sovra porfidi eletti,
Di Dedaleo scalpel sudori illustri
Non s’innalzan per me palagi aurati;
Nè mi pendon da i tetti
Di Menfitica man vigilie industri
Porpore prezïose, ostri gemmati;
Nè de i flutti beati,
Onde l’uman pensiero è così vago,
M’offre biondi tributi il Gange, o ’l Tago.
Povero, ma sicuro
Da gli sdegni del Cielo è ’l tetto umile,
Ove contento a me medesmo i’vivo;
Ed or che ’l verno oscuro
Copre di gel la terra in vario stile
Qui presso a lieto foco or canto or scrivo;
E se pensier furtivo
D’ambizïon tenta arrivarmi al core,
Provvida rimembranza il caccia fuore.
Pompe, fasti, ricchezze.
Titoli, dignità, che siete alfine,
Che l’uom tanto per voi sudi e s’affanni?
Insipide dolcezze,
Speziosi naufragi, auree ruine.
Fuggitivi piacer, stabili affanni.
Anch’io d’Icarii vauni
Armai gli omeri un tempo; or qui m’assido,
E del mio van desio meco mi rido.
Pur quai saranno i voti
Che de l’anno novello in su le porte
Porgerò al Ciel di viva fiamma ardenti?
Ch’a me gl’Indi rimoti
Mandin gemme, e tesori? o che mi porte
L’arabo pescator perle lucenti?
Che fan gli ori e gli argenti?
Trionfa in faccia al macedonio orgoglio
Un nudo abitator d’angusto doglio.
O Monarca superno,
La cui mente il cui cenno anima e informa
Ciò, ch’è dal nero abisso al ciel stellato;
Che fai col ciglio eterno
Tremar le sfere, a cui dai moto e norma,
E sotto il piede hai la Fortuna e ’l Fato;
Se ’l mio core accecato
Non è da bassi affetti, odi i miei preghi,
Nè a giuste voglie il tuo favor si neghi.
Poscia che in Vaticano
Roma dopo tant’anni alfin pur vede
Regnar Virtù con moderati imperi;
E fatto il Grande Urbano
De le chiavi di Pier ben degno erede
Volge in cor generoso almi pensieri;
Tu de i disegni alteri
Seconda il corso; e di sua vita adorni
D’una gloria immortal prolunga i giorni.
Mosse a i preghi, a l’esempio
De’ Barberini eroi cristiane vele
Corran de l’Asia ad espugnar la riva,
E spento il popol empio,
Beva con l’elmo il vincitor fedele
Del Tigri prigionier l’onda cattiva;
E da fè pura e viva
Persuasa s’inchini un giorno ancora
Al vero Dio la trionfata Aurora.
A te, cui dier le stelle
Grazie cotante, o de’ latini Colli
Virginio inclita speme unico vanto,
De le conche più belle,
Che mandino i Getuli o i Tirj molli
Tingasi in Vatican purpureo manto;
E quei che piacquer tanto
Al tuo nobile crin, Tebani allori
Cedan de gli Ostri aviti a’ bei splendori.
A me, ch’altro non chieggio,
Conceda il Ciel che in libertà sicura
Passi del viver mio l’ore serene,
E mentre in carte ombreggio
Di tirannica reggia alta sciagura
Calchi con degno piè tragiche scene.
Oh! se da voi mi viene
Qualche raggio di gloria, Aonie Dive,
Chi di me più felice in terra vive?
Che se i Toschi teatri
Appenderanno a’ miei coturni, e care
Esser vedrò le mie vigilie al mondo,
Di popoli idolatri
Dirò stragi e mine, e di più rare
Tele sarò fabbricator facondo.
Ma qual lampo giocondo
Mi balenò dalla sinistra? Il Cielo
De’ miei voti innocenti arride al zelo.
Apri, deh dunque omai
Apri, o bifronte Dio l’uscio celeste
Di sì liet’anno al condottier lucente;
E d’insoliti rai
Incoronata il crin l’Alba si deste
Ad infiorar la cuna al dì nascente,
Io chino e riverente
Strider farò sovra gli altari accensi
Mirre odorate e vaporosi incensi.

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Autor
Fulvio Testi
Título
Sovra porfidi eletti
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-sovra-porfidi-eletti--fulvio-testi-a2d8af
Cita recomendada
Fulvio Testi, «Sovra porfidi eletti», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-sovra-porfidi-eletti--fulvio-testi-a2d8af.html

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