Tutto (chi ’l negherà?) non muor l’Uom prode,
Cui fu sù queste vie scorta Virtude:
Tutto nol serra e chiude
La gelid’urna, che i sospir non ode.
Perman di bella lode
Dal cener muto, e dall’orror di morte
Sorge e rivive, e di sua nobil sorte
Fa co’ tardi Nipoti
Maravigliar i secoli remoti.
A che discinta il crin, Parma, di pianto
Mesta bagni il fatal sasso dolente,
Ove depor repente
Francesco non temèo suo fragil manto?
Qual potrà darsi vanto
Colei, che in Nulla tutto strugge e solve?
Altro ella forse avrà ch’arida polve,
E in un poche serbate
A non ignobil tomba ossa nudate?
Fuor del flebile avello ecco è rimasta
La miglior parte dell’Eroe già spento:
Ecco s’orna di cento
Suoi doni eterni, e al pigro obblìo sovrasta.
Ella sola a sè basta,
E nel sentier di gloria, che ognor tenne,
Con fuggenti da Terra invitte penne
Poggia in alto, e là siede,
Ove le cose sotto il piè si vede.
Degna di somm’onor seco è Colei,
Che un aureo freno or lenta, ed or raccoglie;
E le ben rette voglie
Lo guardan liete, e ne ringrazian lei.
Fremono i ciechi e rei
Affetti, che a Ragion mai non potero
L’ordin turbar del suo felice impero,
E nel volto ancor hanno
Di loro servitù l’ire e l’affanno.
Quelle, che dansi a real cuor suprenne
Eccelse doti, pur le stanno a fianco:
Intatta Fè di bianco
Velo coperta, che macchiarsi teme;
Santa Equità, che preme
Col piè gl’Ingiusti, e gl’Innocenti affida;
Alta Sagacità, che certa guida
Viene ne’ dubbj eventi,
E per man prende le commesse genti.
E di quali raggi sfavillante in faccia
Poi non s’aggiunge a lei bella Pietade,
Che le dirette strade
Sempre segnò del primo Vero in traccia?
Ella perchè non giaccia
Al suol, qual altra è d’uom virtù più degna,
A tutte si accompagna, a tutte insegna
Col suo celeste lume
Il calle, e a tutti il dorso arma di piume.
Ma pur d’Antichità nell’atra notte
Si starian senza onor Tito ed Augusto,
Se non fosse il vetusto
Purato stil d’illustri penne e dotte
Cedon disperse e rotte
Del tempo le caligini profonde,
Dove Eloquenza suo splendor diffonde:
Senza lei sconosciuta
Sente l’ingrato obblìo Virtù taciuta,
Non però a te, Signor, che a Taro e Trebbia
Tolsero i Fati sordi al pregar nostro,
Manca d’eletto inchiostro
Pronta cura felice, onde si debbia
Temer, che scura nebbia
D’obblivìose età ti cinga e veli.
Odo anche il suon facondo, anche i fedeli
Detti, che in mezze a’ tuoi
Pregj ascender ti fanno infra gli Eroi
Quelle, ch’io fei primier di te parole
Gravi di duolo, ove il fraterno amore
Ti diè l’estremo onore
De’mesti incensi e dell’augusta mole,
Forse neglette e sole
dell’urna tua giacer vedrai:
Non quelle, nò, Signor, che fanno omai
Dalma facondia piene
Nella tua Parma rifiorire Atene.