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Antonio Ottoboni · Ilustración

Vanità dei pensieri

italiano

VAnità dei pensieri
Non sfuma più dal fervido desio,
Che la fce d’Amor mi accese in petto:
De i deliri leggieri
Si ricorda, e si lagna il pensier mio,
E detesta con pena il suo diletto.
Vissi ad Amor soggetto
Sin ch’ebbi biondo il crime, or ch’è canuto;
Del falso Nume anco i favor rifiuto.
Ah se tornasse al Mondo
Quella a Troja fatale Elena Greca,
Specchiando il volto al consiglier cristallo,
Sgriderebbe l’immondo
Suo Drudo pria, poi la sua mente cieca,
Ch’assentir volle al memorabil fallo,
Quel funesto Cavallo
Quegl’incendj, que’ scempj ancor rammenta
La viva istoria; e la bellezza è spenta.
Del Sol, che nasce e muore,
Della rosa che brilla e si scolora,
Delle stagioni il variare alterno,
Tolgan dal folle errore
Chi alla sera non pensa in sull’aurora,
E crede il giorno immobilmente eterno;
Che il decreto superno
La vicenda ordinò di beni e mali:
Ci elesse il Ciel; ma ci creò mortali.
Oh del fasto Latino
Reliquie menarabili corrose
Dal ferreo dente d’invido Saturno,
Voi che sin del divino
Titolo v’abusaste, all’oziose
Genti or siete spettacolo notturno.
Di scenico coturno
La bugìa vi ravviva, e resta intanto
Per memoria di voi qualch’arco infranto.
Se un dominio sì vasto
Distrusser gli anni, or che sarà de’ nostri
Più ristretti e più tumidi comandi?
Basi dell’uman fasto.
Con inganno comun son gli ori, e gli ostri,
O il temuto poter di scettri, e brandi;
Ma voli il tempo, e mandi
In figura visibile la Parca,
Ecco il Vassallo umil saggio, il Monarca.
Gioventù, nome vano
S’anche in fasce l’uom muor, se muore adulto,
Se dovunque egli sia, non è sicuro:
Senno, coraggio, o mano
Mai non trasser dall’urna un’Uom sepulto,
Che regresso non ha quel centro oscuro.
Il dir noi siam, quei furo,
Non, è vanto, che duri: un soffio, un fiato
Delle nostrc chimere è il fine usato.
Sognò del Trace Orfeo
La fantastica Lira Argivo ingegno,
E mandò il suono suo sin nell’Abisso.
Questa incantar poteo,
Pluto sul soglio, e raddolcir lo sdegno
Ne’ mostri inferni orribilmente affisso;
Ma l’ordine prefisso
Ruppe l’amante Sposo, e la Consorte
Trovò tra le sue braccia un’altra morte.
L’inesorabil Parca
Sdegna scherzi di plettri, e cruda aborre
Di pietà, di dolcezza il nome istesso.
Tutti alla Stigia barca
Egualmente ci spinge; altri vi corre,
Altri più lento gli cammina appresso,
E l’indugio concesso
E caso, non pietà; ma pur ricusa
Tal sorte chi mal vive, e se n’abusa
Lidia, nel cui sembiante
Ripartito negli occhi il Sol risplende,
E porti nelle guance un doppiò Aprile:
Sappi, che quel brillante
Raggio ha pur, come il Sol, le sue vicende,
E che nasce e tramonta a Iui sinile:
Che non han vario stile
Quei fior degli altri fior di Primavera
Freschi vaghi il mattin, smorti la sera.
Modera il fasto, e credi
Che ’l Tempo edace ogni beltà divora,
E per sottrarla al danno ogni opra è vana.
Di preziosi arredi
Cingila pure, e il volto tuo colora
Con cinabro di Tiro, o carta Ispana:
L’attenzione insana
T’anticipa le rughe, e in pochi istanti
Spariran col tuo Bello anche gl’Amanti.
Oh con qual brio mio mi vide
L’Adria nativa galleggiar per l’onde
Snello Triton d’ogni Nereide in traccia!
Ed or qual mi deride
Ogni Ninfa del Tebro in sulle sponde,
Nè mi aceoglie amorosa, anzi, mi scaccia!
Ed io so, che la taccia
Dall’età mi deriva, e lo comprendo,
E dall’Adria gli error sul Tebro emendo.

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Autor
Antonio Ottoboni
Título
Vanità dei pensieri
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-vanita-dei-pensieri--antonio-ottoboni-2a1c6f
Cita recomendada
Antonio Ottoboni, «Vanità dei pensieri», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-vanita-dei-pensieri--antonio-ottoboni-2a1c6f.html

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