Avegna che partensa
meo cor faccia sentire
e gravozi tormenti sopportare,
non lasseragio sensa
dolse cantare e dire
una cusi gran gioia trapassare.
E rallegrare — altrui cosí feraggio
del meo greve damaggio,
per pianto in allegressa convertire;
siccome la balena
di ciò che rende e mena
la parte là, u’ dimora, fa gioire.
La gioi’, ch’eo perdo e lasso,
mi strugge, mi consuma,
comò candela ch’ai foco s’accende.
E sono stanco e lasso;
meo foco non alluma,
ma quanto più ci afanno men s’apprende.
E non risprende — alcuna mia vertude:
avanti si conchiude,
siccome l’aire quando va tardando;
e come l’aigua viva
ch’alor è morta e priva
quando si va del corso disviando.
Disvio si che bene
senior di me no aggio,
non saccio com’eo vivo si gravozo.
Oh Deo! che non m’avene
com’al leon selvaggio,
che tutto tempo vive poderozo
e odiozo — sensa pietate,
acciò che ’n veritatc
lo meo greve dolor mostrar potesse
e la mia pena agresta
per opra manifesta,
perché la gente mei me lo credesse?
Credo che non feràe
lontana dimoransa
lo core meo, che tanta pena dura:
mentre che viveràe
sera fòr di speransa
d’aver giamai solasse né ventura.
Ma se natura, — che nd’ha lo podere,
n’avesse lo volere,
appena mi poria donar conforto.
Como l’augel che pia,
lo me’ cor piange e cria
per la malvagia gente, che m’ha morto.
Morto fuss’eo pertanto
o nato non fuss’eo
o non sentisse ciò ch’eo veggo e sento;
perché ’l meo dolse canto
amar mi torna e reo
e in erransa lo innamoramento!
Ma ’l bon talento — ch’aggi’ e ’I cor gioioso
plagente ed amoroso,
comò la uliva non cangia verdura,
non cang’eo per ragione
di fina ’ntensione,
ancor mi sia cangiata la figura.