Sulla Riva del Penèo
Stava Dafne ancor fastosa
In pensar che disdegnosa
Già deluse il Nume Ascrèo,
Ch’a rapirla mentre corse,
Divenir Lauro la scorse.
Corsi avea mille e mill’anni
Da quel dì che mutò forma,
Nè però l’antica norma
Perdè mai tra i propri danni;
Ch’ella ancor vegeta, e vive
Di sue voglie acerbe e schive.
De’ suoi rami all’ombra verde
Mille inganni eran conversi
Con gran lodi, e vaghi versi,
Quali il vento pur disperde,
Ch’a ben pochi ella risponde
Coll’onor delle sue fronde.
Solo un dì vicino a lei
Diè di man Tirsi alla Lira,
Con la qual tai grazie spira,
Che innamora Uomini e Dei.
Bella Dafne, egli dicea,
Bella Dafne, amata Dea,
Dunqu’è ver, ch’ancor tu serbi
Fra tue brame inique e crude
In sembianza di virtude
I tuoi genî più superbi?
Dunqu’è ver che mai non pensi
Di mutar gli antichi sensi?
Se cangiar gli aspri costumi
Tu volessi e il cor feroce,
Tenterei con la mia voce
Di placar gl’irati Numi:
E far sì, che in le tue forme
Novamente ti trasforme.
Non è sol d’Orfeo la Cetra,
Che da’ regni della Morte
La smarrita sua Consorte
Ritirar col canto impetra:
Cangia omai l’usanza rea,
Bella Dafne amata Dea.
A tal dir rise ciascuno,
In udir, com’ei ricorda
Vecchi amori ad una sorda,
Ch’ora è tronco oscuro e bruno;
E rideano: chè il lamento
Sparga Tirsi invano al vento.
Ma la Ninfa, che tra i rami
Riteneva umana mente,
Pensa udir Febo presente,
Che all’antico Amor la chiami:
Tal le sembra al biondo crine,
E alle Rime alte e divine.
Omai stanca di star sempre
Sotto il vel di dura scorza,
Apre il cuore a nuova forza,
Che l’invoglia a cangiar tempre:
Volge a Tirsi il vago ciglio,
E d’amar prende consiglio.
Cesse appena al nuovo affetto
Che ogni ramo si disciolse:
E alla prima effigie volse
Il bel volto, il fianco, il petto:
Tal se ’n va la rozza vesta
Col rigor ch’ella detesta.
Era pur bella a vederse
Da quel tronco apparir fuore,
Con miracolo maggiore
D’allor quando i rami aperse:
Poichè puote lunga etade
Conservar tanta beltade.
Nero ha il crine, e bianco il volto,
Come l’Alba in Orizzonte,
Che ha la notte in sulla fronte,
Ed il dì nel viso accolto.
Non così bella sorgea
Dalle spume Citerea.
E pentita dell’asprezza
Già mostrata al caro Amante,
Verso lui muove altrettante
Dolci grazie, e l’accarezza:
E poich’altra si ravvisa
Cangiar nome ancor s’avvisa.
Non più Dafne, disse, io voglio,
Che verun giammai mi nome:
Resti pur l’ingrato nome
Alla fronda, ch’io mi spoglio:
Resti ancor l’aspro soggiorno,
Nè più qui faccio ritorno.
Così detto, al dubbio affanno,
Ch’ondeggiava a Tirsi in viso,
Che non era il Dio d’Anfriso
Ben notò: ma dell’inganno
Non le increbbe, chè ha gentile
Quanto Febo aspetto e stile.
Duo bei rami coglie alfine
Della sua spogliata fronda,
E coll’uno a sè circonda,
E coll’altro a Tirsi il crine,
Chè ambidue portan corona
Nel bel Regno d’Elicona.
Che non men di Tirsi appresa
La bell’Arte avea la Bella
Coll’armonica favella,
Che da tanti aveva intesa:
Sembra Tirsi il biondo Dio,
E la Ninfa Euterpe o Clio.
Ma seguendo il suo pensiero,
L’alta Coppia il cammin prese,
E dell’Arcade paese
Cittadini ambo si fero:
E la Bella, qual risolse,
Qui d’Aglauro il nome tolse.
Scese allora il santo Imene,
Ch’ambidue stringe ed allaccia:
Mentre poi l’un l’altro abbraccia,
Risuonar l’acque e l’arene,
E rispose il Cielo e l’aura:
Viva Tirsi e viva Aglaura.