I
E Tu pure se’ spento, e invan risuona
Di lai la tomba, che il tuo fral rinchiude!
Ma Tu in parte se’ gito, ove ha virtude
Vita più bella, e un immortal corona:
Te la Terra natal chiama, ed intuona
L’inno de’ forti su le spoglie ignude,
E a suoi figli ti addita, e lor dischiude
La via del saggio, e a belle opre li sprona.
All’entrar delle soglie, ù regna Iddio,
Ed Ercole e Fabrizio, anime altere,
All’amico fedel si fero innante.
E quì, dicean, fra le beate schiere
Abbiti pace, e nel Divin Sembiante
Fissa i tuoi sguardi, e fa pieno il desìo.
II
Ma qual fu la tua gioja, e quale il riso
Allorchè la grande anima di Pio
Una dei cori che dan laude a Dio
Ti venne incontro, e ti baciò nel viso!
Poi favelló: Finor da Te diviso
Affrettai co’ miei voti, e col desio
Perchè fossi Tu pure, o figlio mio,
Assunto Cittadin del Paradiso.
Che fan que’ molti che io dell’ostro ornai,
Onde regger così meglio la nave
Che in preda è ai venti, e non affonda mai?
E da un tuo sguardo assecurato intanto,
Come Colui, che altro a bramar non ave,
Tornò più lieto de’ Celesti al canto.