O Della Croce offesa
Adria vendicatrice, a te dal Cielo
scenda l’alto poter sull’onde e i venti i
Armisi in tua difesa
La destra onnipotente, onde il tuo zelo
Del protetto Israel provi i portenti:
Con prodigi evidenti
Vincasi il Trace, e nell’ingiusta guerra
Non trovi porto in Mar, nè asilo in Terra.
Fuor dell’Erebo insano
Balzan le Furie, già sconvolte e nere
Tuonar s’odon le nubi, e fremere l’onde:
Cuoprono il monte, e il piano
L’Odrisie belve, e insanguinate e fiere
Calcan furenti le Messenie sponde:
Trema, fugge, s’asconde
Il Greco intimorito, e al fulminante
Bronzo veggiam cader, le Rocche infrante.
Dalle Torri e da’ Tempj
Già si schiantan le Croci, e le superbe
Corna ardisce spiegar la Tracia Luna;
Già rinnovan quegli Empj
L’iniquo culto, e già le messi e l’erbe,
Per le Turche falangi il campo aduna
Già la cieca Fortuna
Al crudo assalitor tutto concede,
Anzi assicura al rio ladron le prede.
Trema il Dalmata invaso;
Ma pur resiste, e il disugual cimento
Con intrepido cuor sostiene ancora.,
Deh chi nel fatal caso,
Principi, lo soccorre! Il sol portento
D’Adria il valore incoraggì sin’ora;
Ma dell’infida Aurora
Troppo la possa è violenta e vasta;
un Leon con più Tigri invan contrasta,
Deh rivolgete a i vostri
Poggi deliziosi, e alle feconde
Glebe d’Italia Eroi sublimi il ciglio,
Dunque de’ liquor nostri
Ebbro vedremo il Trace, e sulle bionde
Spiche stender dovrà l’avaro artiglio?
Dunque a strano periglio
Esposte lasce ren Figlie e Consorti?
Interesse, ed Onortaci e sopporti?
Ecco il suo Giove estinto
Pianger la Senna, e il successore Infante,
Benchè Monarca, è ad ubbidir costretto.
Il glorioso instinto
Del grand’Avo egli avrà; di Cristo avante
Terra la Croce, e la sua Fede in petto;
Ma sul torbido aspetto
Di Cintia pria ch’ei volga e mente e guardo,
Sarà il soccorso inefficace, o tardo
Par ch’all’Istro prometta
La sospirata prole il Ciel secondo,
E consola ogni cor l’alta speranza;
Ma a frenar l’empia Setta
Carlo ancor uon s’accinge: e pure il Mondo
Solo a sperar nel suo poter s’avanza
Che l’Austriaca possanza,
Cui fa madre la Fede, e padre il Zelo,
Decretò il Ciel, che sia scudo al Vangelo.
Ah la Nave di Piero
Naufragante vacilla, e Tisi incerto
Per qual parte si volga il Pino arrischia.
Benche cauto il Nocchiero,
Più la stella non vede; è il Ciel coperto
Da nera nube, e il vento incalza, e fischia;
La grandine si mischia
Colla pioggia sanguigna, e quasi assorto
Veder non sa come salvarsi in porto.
So, che d’idee confuse
Le carte aspergo, e già conosco il tetro
Vapor, che ascende, ed il pensier m’ingombra.
Da Febo, e dalle Muse
Non ho più il lume, e timido m’arretro
Non degli allor, ma de’ cipressi all’ombra.
A chi mi tempra, o sgombra
Questa smania mortall Deh torna in vita,
O Santissimo Pio; prestaci aita.
Tu pugnasti sedendo
Colle preci e coll’oro, ed il paterno
Zelo seguiro ubbidienti i Figli;
Si percosse il tremendo
Tifeo dell’Asia, e ne fremè l’Inferno,
Ch’i flutti del Egèo vide vermigli.
Or non v’è chi s’appigli
All’esempio famoso. Ecco il cimento:
Due braccia abbiamo noi, Briareo n’ha cento.
Oh qual tragica scena
S’apre a nostr’occhi, e di qual pianto asperso
N’andrai per gli ozj tuoi Marte avvilito
La pesante catena,
l’ingiuste leggi, il giudice perverso,
Il tributo servil, l’iniquo rito,
L’oro, l’onor rapito
S’aspetti pur chi di pugmar ricusa.
L’Adria il Ciel salverà... Ma taci, o Musa.