Poichè nel bosco già di nevi scarico
Veggo de’ tuoi Dolori il giorno riedere,
Sulla sampogna, che già d’anni carico
Mi volle lungo Alfèo Tirsi concedere,
Canto, o divina Madre, il tuo rammarico,
Che in sette guise sì profondo fiedere
Ti seppe l’alma eccelsa e il petto nobile,
Che rimanesti appiè del Figlio immobile.
Madre, le rime mie languenti e povere
Deh! fa, che del tuo duol tutte s’accendano,
Deh! fa, che i pianti, che ti veggo piovere
Dalle pupille, nel mio canto scendano.
Odan la dura quercia e l’aspra rovere
Il tuo sconforto, e per pietà si fendano
Al lamentar della mia canna debile
Risponda l’antro in suon lugubre e flebile.
Non può lingua ridir, non mente fingere
L’alto cordoglio, che ti sta nell’animo,
Madre, cui debbo sì dolente pingere,
In faccia al tuo dolore io mi disanimo:
Tutte il materno amor veggo ora stringere,
Ahi!, l’armi sue contro il tuo cuor magnanimo,
Contro il tuo cuore, che contemplo e venero
Sì pien di Grazia, sì costante e tenero.
Io già vidi una bianca Agna purissima
Con un suo puro Agnello al pasco scendere,
E dove l’erba a lei crescea lietissima
Dolce alimento col suo pegno prendere;
Ed al suo prato, e al suo Pastor carissima
Non paventar, che lo potesse offendere
Mai fascino maligno, o muta invidia,
O torvo Lupo, che gli ovili insidia,
Poi la vidi nel dì, che l’inflessibile
Del fulvo predator digiuna rabbia,
Ahi!, sotto gli occhi suoi fè col terribile
Dente nel parto suo rosse le labbia.
Dica chi può qual crudo affanno orribile
Quella infelice, ohimè!, vinta allor abbia:
Cader la vidi semiviva, e pallidi
I verdi campi farsi, e i fonti squallidi.
Una silvestre ancor Colomba pavida
Vidi, che scelto avea nel colle un acero,
Dove il suo nido assicurar dall’avida
Ugna crudel, che il lascia vuoto e lacero,
Ivi guardava un suo Colombo impavida,
Col cuor da niuna cura oppresso e macero:
Ivi il godeva anche immaturo pascere,
Le piume in lui veggendo al volo nascere.
Poi la vidi nel dì, che inesorabile
Piombò sul nido il ghermitore artiglio,
Che della madre a far difese inabile,
Ahi!, sotto i mesti sguardi uccise il figlio.
Ah! misera Colomba inconsolabile,
Come del caro sangue ancor vermiglio
L’infausto nido fra mortali tremiti
Empiere allor t’udii d’amari gemiti.
Ma delle pene tue, per cui durevoli
Vorrei nel bosco i versi miei far vivere,
Madre immortal, son troppo fredde e fievoli
Immagin queste, in che le osai descrivere.
M’accenda il Nume tuo, per cui s’agevoli
L’alto subietto al disugual mio scrivere:
Sorgano i carmi miei: te al vivo spirino,
E me nel dono tuo le selve ammirino.
Io tuo Cantor tutte non vuò ripetere
Le cagion tristi, che languir ti ferono;
Tutte già dei Profeti assai le cetere
Di presagito antico lutto empierono.
Mi volgo io là, dove levarsi all’etere
Veggo i tre gioghi, che il tuo duol compierono,
Mi volgo al Monte dell’atroce scempio,
Che non avrà, finchè il Sol giri, esempio.
Là veggo il fatal tronco all’aria sorgere,
Che i miei delitti, e quei del Mondo alzarono
Là veggo il Figlio tuo sè stesso porgere
Ostia innocente per color, ch’errarono:
Miseri, ohimè!, che non potean risorgere,
Poichè nel primo Genitor peccarono,
Se non veniva immenso merto a togliere
L’immensa colpa, e il comun fato a sciogliere
Ahi! questi è l’Uomo vero, in cui s’occultano
Tutte di Dio le vere doti altissime?
Madre, non mirar come l’insultano
Cieche nel lungo error Turbe infestissime;
Non mirar come del suo strazio esultano,
Tutte stancando in lui l’ire fierissime.
Piene di morte, ahi!, son le guance vivide,
Ed, ahi, le membra insanguinate e livide.
Quai folte acute vepri il crin coronano,
Che osar tant’oltre trafiggendo giungere l
Quai voce estreme dal suo labbro suonano,
Che non si sanno da pietà disgiungere!
voci, che di perdono ancor ragionano;
Voci, che i sassi sin potean compungere;
Voci, che col Ciel dolce si querelano,
E l’egra assunta Umanità disvelano.
Ahi! Madre, gli occhi tuoi ver lui si girano,
E nell’ultimo incontro i suoi ritrovano:
Le piaghe il sangue, e i lunghi obbrobrj mirano,
E le mirate pene in te rinnovano.
Amor, Virtù contro il tuo cuor cospirano,
E qual oro in fucina, ohimè!, lo provano.
Ahl Madre, troppo col tuo Figlio unanime,
Più nol mirar... Ohimè! già cade esanime.
Ve’ quai portenti il suo morir figurano,
Che pietà mista di spavento infondono!
Muore il tuo Figlio: il Sole e il dì s’oscurano,
E l’orror di Natura in Ciel diffondono.
Agli occhi tuoi l’ombre pietose furano
L’orrenda vista, e il gran delitto ascondono:
Mugge il Mar, rosse folgori serpeggiano,
E scosse da terror le rupi ondeggiano.
I cardini del Mondo si disnodano,
Si spezza il sacro vel, le Terre tremano;
Ed osso ad osso, e nervo a nervo annodano
I redivivi, che le tombe scemano.
Sembra così, che risentirsi godano
Le cose tutte, e che sconvolte fremano:
Così l’estinto lor Fattore aditano:
Così il tuo duol, Madre dolente, imitano.
Ah! mi potessi anch’io, Vergine, assidere
Appiè del sacro Legno, onde partirono
Confusi gli Empj, che la Vita uccidere,
E svenar ciechi l’Innocenza ardirono!
Meco ah volesse, o Madre, Amor dividere
I santi affanni, che il tuo cuor ferirono!
Potessi i falli antiche in petto frangere!
Arder teco potessi, e teco piangere!