Poichè Roma mirò, Prence immortale,
Cui prudenza e pietà ministre sono
Che i tuoi giorni assalìa morbo letale,
Salir fe’ i prieghi dell’Eterno al trono.
La udì propizio il Ciel, ratto sull’ale
Recò un Cherube di tua vita il dono,
E quel piacer, cui non si vanta eguale
Chiaro si fè de’ sacri bronzi al suono.
Dove ch’io drizzi il passo, o il guardo giri
Di Te, che reggi della terra il pondo
Avvien che l’opre, e la grandezza ammiri.
E fisso è negli eterni alti decreti
Che per Te veggia rinnovati il mondo
Di Augusto e di Leone i dì più lieti.